Lo sport come bene sociale e lavoro invisibile
(Analisi su dati RASD – Rapporto Sport 2025)
Il Rapporto Sport 2025 conferma il ruolo centrale dello sport nel tessuto sociale ed economico del Paese, riconoscendone il valore in termini di salute pubblica, inclusione sociale, educazione e coesione territoriale. Accanto alla crescita della pratica sportiva e alla diffusione capillare dello sport dilettantistico emerge tuttavia con forza una contraddizione strutturale che non può più essere ignorata. Il sistema sportivo italiano, in particolare quello dilettantistico, si regge su una vasta platea di lavoratrici e lavoratori caratterizzati da precarietà, frammentazione contrattuale, bassi redditi e debolezza delle tutele. Il lavoro che rende possibile lo sport come bene pubblico resta in larga parte invisibile e sottovalutato.
La presente relazione intende porre al centro dell’analisi il lavoro sportivo dilettantistico, utilizzando i dati ufficiali del Registro Nazionale delle Attività Sportive Dilettantistiche e del Rapporto Sport 2025, con una lettura critica orientata alla tutela del lavoro e alla responsabilità politica delle scelte che oggi regolano il settore.
Il Registro Nazionale delle Attività Sportive Dilettantistiche rappresenta oggi l’anagrafe ufficiale del sistema sportivo di base. Nel 2024 risultano iscritte oltre 107.000 associazioni e società sportive dilettantistiche, con più di 12,3 milioni di tesserati. Il RASD ha introdotto un elemento di trasparenza amministrativa in un settore storicamente segnato da informalità e opacità, rendendo finalmente tracciabili organizzazioni, tesseramenti e rapporti di lavoro. Allo stesso tempo, però, il Registro fotografa in modo inequivocabile la forte dipendenza del sistema sportivo dilettantistico dal lavoro di centinaia di migliaia di persone, spesso sottopagato, discontinuo e privo di reali prospettive di stabilizzazione.
Dal punto di vista metodologico, il Rapporto Sport 2025 chiarisce che sono state considerate tutte le comunicazioni trasmesse tramite RASD nel periodo compreso tra il 1° luglio 2023 e il 30 giugno 2025 e che rientrano nell’analisi tutti i lavoratori sportivi con contratti di collaborazione coordinata e continuativa per i quali almeno una parte del periodo contrattuale ricade nell’anno 2024, indipendentemente dalla data di inizio o di fine del rapporto di lavoro. Ne consegue che il dato non rappresenta occupazione stabile o media annua, ma una platea cumulativa di persone coinvolte nel corso dell’anno, evidenziando in modo ancora più netto la natura frammentata e intermittente del lavoro sportivo.
Sulla base di questi criteri, nel 2024 risultano oltre 471.000 lavoratori sportivi che hanno attivato almeno una collaborazione con associazioni o società sportive dilettantistiche. Questo numero dimostra in modo definitivo che il lavoro sportivo non è un fenomeno marginale, accessorio o residuale, ma una componente strutturale del mercato del lavoro italiano. Si tratta di una massa critica di lavoratori che garantisce quotidianamente l’accesso allo sport di base, svolge funzioni educative, sociali e di inclusione e contribuisce in modo determinante al benessere collettivo, operando però in condizioni di forte insicurezza reddituale e contrattuale.
La distribuzione dei redditi da lavoro sportivo certifica la natura fragile di questo modello. Quasi la metà dei lavoratori sportivi percepisce meno di 5.000 euro annui, una soglia che non consente autonomia economica né continuità contributiva. Solo una quota limitata si colloca nella fascia intermedia dei redditi, mentre poco più di un terzo supera i 15.000 euro annui. Questo quadro evidenzia una polarizzazione profonda e l’assenza di un vero ceto medio del lavoro sportivo. Per una parte rilevantissima degli addetti, il lavoro sportivo è formalmente riconosciuto come lavoro, ma sostanzialmente povero, incapace di sostenere una progettualità di vita e di lavoro nel medio-lungo periodo.
L’analisi per età rafforza ulteriormente una lettura critica già emersa. La fascia d’età più rappresentata tra i lavoratori sportivi è quella compresa tra i 18 e i 25 anni, che da sola copre oltre un quarto del totale. L’età media complessiva si colloca intorno ai 38 anni, ma con una forte concentrazione nelle fasce più giovani. Questo dato indica che lo sport dilettantistico attira moltissimi giovani e offre loro prime esperienze di lavoro, spesso presentate come occasioni formative o di passione. Tuttavia, il sistema non costruisce percorsi di stabilizzazione né carriere professionali strutturate. Il rischio concreto è che lo sport diventi una vera e propria trappola occupazionale giovanile, un settore che consuma lavoro giovane senza trasformarlo in occupazione dignitosa, alimentando una rotazione continua di lavoratori sempre nuovi e sempre fragili, costretti a uscire dal settore con l’avanzare dell’età.
Questa dinamica appare ancora più evidente se si considera la dimensione di genere. Il lavoro sportivo è svolto prevalentemente da uomini, ma vede una presenza femminile significativa, soprattutto nelle fasce d’età più giovani. Le donne presentano un’età media inferiore rispetto agli uomini, segnale di una fuoriuscita più rapida dal settore, spesso legata all’impossibilità di conciliare redditi bassi, discontinuità lavorativa e assenza di tutele con le esigenze della vita adulta. Il lavoro sportivo risulta quindi giovane, povero e instabile, con una penalizzazione doppia per le donne, che sperimentano maggiore precarietà e minori possibilità di permanenza e crescita professionale.
La distribuzione territoriale dei lavoratori sportivi conferma ulteriormente la presenza di disuguaglianze strutturali. Le regioni economicamente più forti e demograficamente più popolose concentrano il maggior numero di lavoratori sportivi, mentre le regioni più piccole e il Mezzogiorno presentano numeri più contenuti, senza tuttavia differenze sostanziali nella qualità delle condizioni di lavoro. In tutte le regioni italiane si riscontrano età medie simili, una netta prevalenza maschile e una presenza femminile mai maggioritaria. Le differenze territoriali non riguardano soltanto il numero degli addetti, ma anche la capacità dei territori di offrire opportunità di lavoro meno frammentate, confermando che il lavoro sportivo è fragile ovunque, ma lo è ancora di più laddove il tessuto economico è più debole.
Il Rapporto Sport 2025 mette così in luce una contraddizione che non può più essere rimossa. Da un lato, lo sport dilettantistico è riconosciuto come strumento fondamentale di coesione sociale, salute pubblica e inclusione; dall’altro, il lavoro che lo rende possibile continua a essere considerato residuale, accessorio o semi-volontaristico. Il dato dei 471.000 lavoratori sportivi dimostra che non si tratta di un fenomeno marginale, ma di una componente strutturale del sistema, che richiede riconoscimento pieno, diritti esigibili e tutele reali.
Il RASD ha ampliato la capacità di controllo e monitoraggio dello Stato sul settore, consentendo di censire associazioni, tesserati e lavoratori. Tuttavia, alla crescita della capacità di tracciamento amministrativo non corrisponde ancora un adeguato rafforzamento delle tutele per chi lavora. Il rischio evidente è che il Registro si trasformi in uno strumento di controllo senza una reale traduzione in miglioramento delle condizioni materiali di lavoro, normalizzando e istituzionalizzando la precarietà.
Dai dati del Rapporto emergono con chiarezza alcune implicazioni politiche non più rinviabili. Il lavoro sportivo dilettantistico non è episodico, ma strutturale. La riforma del lavoro sportivo rischia di cristallizzare forme di lavoro povero e discontinuo se non viene accompagnata da interventi su livelli retributivi minimi, continuità contributiva e riconoscimento professionale. Il valore sociale dello sport non può continuare a essere sostenuto scaricando i costi economici e sociali sui lavoratori, sulle famiglie e sul sistema di welfare generale.
Il Rapporto Sport 2025 certifica che il lavoro sportivo coinvolge soprattutto giovani, non garantisce stabilità con l’avanzare dell’età e penalizza in modo particolare le donne. Questo non è un settore leggero o marginale, ma un settore che utilizza lavoro giovane e femminile in condizioni di debolezza strutturale. Ignorare questi dati significa accettare consapevolmente che lo sport, pur dichiarandosi inclusivo e sociale, produca disuguaglianza e precarietà.
Allegati:
Allegato tecnico A – Dati regionali sui lavoratori sportivi
Rapporto Sport 2025 – (ICSC/Sport e Salute)